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Tag Archivio per: difesa europea

Rassegna Stampa

Leonardo, Airbus e Thales: alleanza spaziale per rafforzare la competitività europea

Leonardo, Airbus e Thales: alleanza spaziale per rafforzare la competitività europea

L’Europa compie un passo decisivo nello spazio con la nascita di un grande polo industriale dei satelliti che vede insieme Leonardo, Airbus e Thales.
L’obiettivo è creare un “campione europeo” capace di competere su scala globale con operatori come SpaceX, rafforzando autonomia strategica, capacità industriale e competitività dell’Unione Europea nel mercato spaziale.

Operazione Bromo: una joint venture da 10 miliardi

Il progetto, noto come Operazione Bromo, nasce dal memorandum d’intesa tra i tre gruppi, illustrato nei comunicati ufficiali di

Leonardo

e

Airbus
.
La nuova società metterà a fattor comune le attività spaziali dei tre gruppi, dalla produzione di satelliti ai sistemi e servizi orbitale, con un perimetro stimato intorno ai 10 miliardi di euro.

Secondo le ricostruzioni di stampa e analisi di mercato,

l’accordo tra Airbus, Leonardo e Thales

prevede un azionariato bilanciato: Airbus al 35%, Leonardo e Thales al 32,5% ciascuna, con sede a Tolosa e circa 25mila persone coinvolte in Europa.
Il polo nasce per creare massa critica e dare all’UE un attore in grado di competere con costellazioni come Starlink e con i player americani e cinesi.

Scope, EROSS e i servizi in orbita

L’alleanza si inserisce anche nel programma europeo ISOS (In-Space Operations and Services), in cui la Commissione ha scelto Leonardo per sviluppare il satellite

Scope
,
dedicato a ispezione, riposizionamento e rifornimento di satelliti.
In parallelo, Thales Alenia Space è impegnata sul satellite EROSS-SC, completando la capacità europea sui servizi in orbita.

Queste iniziative convergono con altri progetti italiani come la missione

In Orbit Servicing
,
che coinvolge Thales Alenia Space, Leonardo, Avio e D-Orbit in una dimostrazione di servizi di rifornimento e riparazione in orbita bassa.
Per Kelvin273, è la conferma che la filiera italiana sta diventando un nodo essenziale dell’ecosistema europeo dei servizi in orbita e delle costellazioni LEO.

Cyber defence e asse italo-spagnolo

La costruzione del polo satellitare europeo si intreccia con l’asse Italia–Spagna nel campo della difesa e del cyber.
Leonardo ha firmato un memorandum d’intesa con Indra Group per rafforzare la collaborazione in

cyber defence
,
puntando su soluzioni avanzate, addestramento dedicato e gestione congiunta di servizi per clienti pubblici e privati.

Questo accordo si aggiunge alla cooperazione tra Indra ed ELT Group in ambito multi-dominio, raccontata su Kelvin273 nell’articolo

ELT Group, Indra e Leonardo: l’asse italo-spagnolo per la difesa europea
.
Spazio, difesa e cyber vengono così visti come domini inscindibili, da presidiare con alleanze industriali e tecnologie sovrane.

Competitività europea e sfida a SpaceX

L’alleanza tra Airbus, Leonardo e Thales nasce anche per rispondere alla crescente concentrazione del mercato spaziale intorno a pochi attori globali.
Testate europee hanno descritto il progetto come un tentativo di

sfidare Starlink di Elon Musk
,
garantendo all’Europa capacità proprie di produzione e gestione di grandi costellazioni satellitari.

Per Kelvin273, questo polo satellitare europeo rappresenta un tassello chiave del piano Readiness 2030 della Commissione UE, che punta a mobilitare centinaia di miliardi per rafforzare difesa, spazio e resilienza industriale.
L’alleanza Airbus–Leonardo–Thales consolida la posizione dell’Italia nella Space Economy e rafforza l’intero ecosistema europeo, dal segmento satelliti fino ai servizi in orbita e alla cyber defence.

21 Agosto 2026/da Redazione
https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2026/07/images-2.jpg 452 678 Redazione https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2022/10/Kelvin273-LOGO-negativo-1.png Redazione2026-08-21 17:00:502026-07-04 17:05:32Leonardo, Airbus e Thales: alleanza spaziale per rafforzare la competitività europea
Rassegna Stampa

GCAP avanza mentre FCAS rallenta: la nuova corsa europea

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato davanti alla Commissione Difesa che il programma franco-tedesco FCAS è fallito. Contemporaneamente ha annunciato che la Germania potrebbe entrare nel progetto GCAP, insieme a possibili partner come Canada, Arabia Saudita e Australia. Questa affermazione fotografa un disequilibrio industriale ormai evidente nel panorama europeo della difesa.​

La crisi del programma FCAS

Il Future Combat Air System era stato lanciato nel 2017 con un investimento superiore a 100 miliardi di euro. Le continue tensioni tra Dassault Aviation e Airbus sulla governance hanno però paralizzato il programma. I problemi riguardano divisione del lavoro, proprietà intellettuale e accesso ai codici sorgente. Le recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato di Airbus confermano una frattura strutturale, non un semplice rallentamento. L’assenza di leadership chiara ha generato duplicazioni nella ricerca, ritardi sui motori e sul cloud di combattimento. Per approfondire le tensioni sul FCAS, visita l’analisi completa su Kelvin273. Ulteriori dettagli sono disponibili sul portale di BAE Systems.​

Il modello GCAP funziona

Il programma GCAP di Italia, Regno Unito e Giappone segue una logica opposta al FCAS. La governance è centralizzata nella joint venture Edgewing, con ripartizione industriale stabile tra BAE Systems, Leonardo e Mitsubishi Heavy Industries. La roadmap prevede il primo volo nel 2027 del dimostratore e l’inizio operatività nel 2035. La fase di ricerca e sviluppo è stimata intorno ai 6 miliardi di euro. Il costo unitario atteso è di circa 300 milioni di dollari per piattaforma completa. L’architettura software-centrica prevede sviluppo modulare di droni collaborativi, guerra198 elettronica e cloud tattico. Il radar integrato raccoglierà 10.000 volte più dati dei sistemi attuali.​

Nuovi partner strategici

L’apertura italiana a nuovi partner garantirebbe economie di scala significative. L’ingresso della Germania aumenterebbe la base produttiva e ridurrebbe il costo marginale per esemplare. Canada e Australia, già integrati in programmi come F-35 e AUKUS Pillar 2, avrebbero interesse ad accedere all’ecosistema industriale GCAP. Questo consentirebbe maggiore autonomia tecnologica e ruolo nella supply chain ad alto valore. Per Berlino rappresenta un dilemma strategico: FCAS rischia uno slittamento strutturale, mentre GCAP offre capacità operative anticipate di almeno un quinquennio. L’adesione tedesca sancirebbe la fine del progetto europeo a guida franco-tedesca. Scopri come Leonardo sta consolidando il ruolo italiano nell’F-35 leggendo l’articolo sul programma di Cameri. Per confronti industriali consulta Defense News.​

Massa critica e competizione globale

L’Europa non può permettersi tre diversi caccia di nuova generazione senza disperdere risorse. La scelta italiana di consolidare il GCAP come piattaforma aperta riflette una valutazione realistica della competizione globale. Stati Uniti, Corea del Sud e Turchia stanno accelerando i rispettivi programmi di sesta generazione. La finestra per garantire autonomia tecnologica si sta rapidamente chiudendo. Crosetto ha insistito sull’aumento della massa critica per ridurre il costo unitario. Oggi nessun Paese occidentale, eccetto gli Stati Uniti, può sostenere da solo i costi della sesta generazione. La partita non è solo industriale ma di collocazione strategica complessiva. Analisi dettagliate sono disponibili sul sito della Royal Air Force.

8 Gennaio 2026/da Redazione
https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2025/12/gcap-tempest-6th-generation-fighter-jet-concept-image-v0-up57t1bqzfte1.webp 452 640 Redazione https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2022/10/Kelvin273-LOGO-negativo-1.png Redazione2026-01-08 15:51:572025-12-19 17:20:12GCAP avanza mentre FCAS rallenta: la nuova corsa europea
Rassegna Stampa

L’Europa Rivaluta la Difesa: Verso una Maggiore Autonomia?

Ogni anno gli europei spendono 50 miliardi di euro per armamenti e attrezzature americane, in particolare gli aerei da combattimento di quinta generazione di Lockheed Martin. Il Canada e la Germania non escludono di seguire l’esempio del Portogallo che sta rivalutando la sua decisione di sostituire gli F-16 con i nuovi F-35. Estratto dal Mattinale Europeo

Di fronte a una Russia passata all’economia di guerra per sconfiggere l’Ucraina, abbandonata dagli Stati Uniti a causa di un presidente pronto a “fare patti” con il nemico, l’Europa deve ripensarsi per assicurare da sola la sua difesa e la sua sicurezza. Il Libro Bianco presentato oggi dalla Commissione europea identifica gli sforzi da compiere, le lacune da colmare e i finanziamenti da trovare. Ma l’Unione europea non è più il quadro adeguato. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, parla di una nuova “Comunità europea di difesa”. Il pilastro europeo della Nato sarebbe più adatto. La Norvegia, il Regno Unito, la Turchia, membri dell’Alleanza, sono più coinvolti nel sostegno all’Ucraina e nell’elaborazione della difesa dell’Europa rispetto a molti Stati membri dell’Ue. La Nato sopravvivrà al secondo mandato di Trump? La nuova amministrazione americana sta firmando l’atto di morte con le sue minacce di entrare in conflitto con il Canada e la Danimarca, due degli alleati, per soddisfare i capricci del suo presidente.

Il denaro è il nervo della guerra. L’Unione europea si prepara ad aumentare considerevolmente le sue spese per la difesa e cerca modi per finanziarle. Una delle soluzioni è riportare in Europa una parte degli acquisti di armi effettuati dagli Stati membri negli Stati Uniti. Ogni anno gli europei spendono 50 miliardi di euro per armamenti e attrezzature americane, in particolare gli aerei da combattimento F-35. Un’altra misura consiste nel convogliare verso investimenti in Europa una parte del risparmio europeo collocato negli Stati Uniti. La cifra è considerevole: 300 miliardi di euro sono investiti ogni anno in titoli americani.

Il Libro Bianco preparato da Ursula von der Leyen non menziona queste piste, poiché l’America sono ancora considerati un partner, anche se “l’Europa non può dare per scontata la garanzia di sicurezza degli Stati Uniti”. Ma gli Stati membri considerano questa opzione. Il Portogallo ha già detto che sta rivalutando la sua decisione di sostituire i suoi aerei da combattimento americani F-16 con i nuovi F-35 “a causa di Donald Trump”. Lisbona pensa di acquistare europeo. “Non possiamo ignorare la geopolitica attuale, e l’affidabilità e la prevedibilità degli alleati è il loro più grande vantaggio”, ha spiegato il ministro della Difesa portoghese, Nuno Melo.

Il Canada e la Germania non escludono di seguire l’esempio del Portogallo. Emmanuel Macron ha percepito il movimento e vuole accompagnarlo. “Ho chiesto agli industriali, su sistemi in cui abbiamo i migliori prodotti, di andare a cercare gli Stati europei che hanno preso l’abitudine di comprare americano”, ha annunciato Macron. “A quelli che comprano Patriot, dobbiamo proporre il SAMP/T franco-italiano di nuova generazione. A quelli che comprano F-35, dobbiamo proporre il Rafale. È così che aumenterà la velocità di produzione”, ha sostenuto il presidente francese. “Gli industriali europei avranno acquirenti, ma dobbiamo essere in grado di produrre”, ci ha spiegato un diplomatico.

Le restrizioni imposte dagli americani sull’uso dei loro armamenti e la possibilità di impedirne l’uso stanno scoraggiando gli europei. La Danimarca, uno dei membri più atlantisti dell’Ue, si rende conto che i suoi aerei F-35 potrebbero essere bloccati a terra se gli Stati Uniti volessero impadronirsi della Groenlandia con la forza, come ha ipotizzato Donald Trump. Lo stesso problema si pone per la rete di comunicazioni satellitari Starlink del miliardario Elon Musk, diventato il più stretto consigliere del presidente americano.

“La diffidenza verso gli Stati Uniti ha provocato un movimento di rifiuto degli acquisti di armi dagli Stati Uniti. Dipende dai singoli paesi. Ma i danesi non torneranno indietro e la Germania ha cambiato rotta, il che è enorme”, ci ha confidato un diplomatico europeo. Friedrich Merz sostiene che gli ordini di equipaggiamenti di difesa destinati a riarmare la Germania dovrebbero essere “assegnati, per quanto possibile, a produttori europei”. La Francia chiede che i soldi europei servano a finanziare produzioni europee. “La vendita di armi provenienti dalle industrie europee per gli eserciti europei è la grande battaglia per il 2025”, prevede il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu.

“Falso dibattito”, risponde la Commissione. “Sebbene alcune imprese di difesa dell’Ue siano competitive a livello mondiale, la base industriale di difesa dell’Ue nel suo complesso presenta debolezze strutturali. Attualmente, l’industria della difesa europea non è in grado di produrre i sistemi e le attrezzature di difesa nelle quantità e con la velocità di cui gli Stati membri hanno bisogno. Rimane frammentata con attori nazionali dominanti che servono piccoli mercati nazionali. In alcuni casi, dipende troppo dalle esportazioni, in parte perché non può sfruttare un mercato unico per la difesa”, spiegano gli autori del Libro Bianco.

I rapporti tra la Francia e la Commissione sono tutt’altro che sereni nel settore sovrano della Difesa, per il quale il team guidato da Ursula von der Leyen non ha competenza. Parigi rimprovera alla Commissione di non sostenere la preferenza europea – il cosiddetto “Buy European” – per non urtare gli Stati Uniti. Fino ad ora, i francesi erano isolati su questa questione, ma il vento proveniente dall’altra parte dell’Atlantico è cambiato. Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, faticano a convincere.

“Gli Stati Uniti chiedono che l’Europa si assuma maggiori responsabilità per la propria difesa e sostengono gli sforzi dell’Ue in questo senso. Questi sforzi dovrebbero continuare a basarsi su una catena di approvvigionamento transatlantica estesa e reciprocamente vantaggiosa. Il dialogo bilaterale sulla sicurezza e la difesa può essere rafforzato per migliorare ulteriormente la cooperazione in settori come il cyber, la sicurezza marittima e lo spazio, e affrontare qualsiasi altra questione di interesse comune”, sostiene la Commissione von der Leyen nel suo Libro Bianco. “Senza ambizione, senza visione, senza misure chiare e forti”, è invece stato il giudizio lapidario dell’eurodeputata francese, Nathalie Loiseau, coordinatrice del gruppo Renew per la commissione sicurezza e difesa, dopo la lettura di una bozza.

Non si tratta di rompere tutti i ponti con gli Stati Uniti. Nessun membro dell’Ue può permetterselo. “La Francia dovrà acquistare catapulte elettromagnetiche dall’americana General Atomics per la sua nuova portaerei, perché nessun industriale francese sa progettare questo elemento essenziale”, sottolinea Jean-Dominique Merchet sull’Opinion. “La ‘preferenza europea’ non permetterà al Vecchio Continente di liberarsi dal dominio aeronautico americano”, sostiene il giornalista specializzato in questioni militari. L’immagine più comunemente usata dai diplomatici europei è “tagliare il cordone ombelicale” con gli Stati Uniti senza rompere la Nato. Prima economia dell’Ue, la Germania è il paese più dipendente, ma anche la Polonia e l’Italia sono molto restii all’idea di litigare con Washington. Il mandato affidato a Mark Rutte è di mantenere a tutti i costi gli Stati Uniti a bordo della Nato.

(Estratto dal Mattinale Europeo)

24 Aprile 2025/da Redazione
https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2025/03/f-35_interop_1920_clean_3.jpg 1080 1920 Redazione https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2022/10/Kelvin273-LOGO-negativo-1.png Redazione2025-04-24 18:36:252025-03-29 18:44:57L’Europa Rivaluta la Difesa: Verso una Maggiore Autonomia?
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La DSR Bank: la prima banca multilaterale europea per la difesa

La creazione della Dsr Bank rappresenta un passo strategico per colmare il deficit di finanziamento della difesa europea. Secondo Rob Murray, la banca multilaterale garantirà capitali a lungo termine, rafforzando la capacità produttiva del settore e incentivando una nuova cultura del procurement. L’obiettivo? Un’Europa più sicura, resiliente e autonoma nella produzione di sistemi d’arma e tecnologie di difesa

21/03/2025

Di fronte alle nuove minacce, l’Europa vuole rafforzare la propria Difesa, ma per farlo ha bisogno di colmare i propri gap di finanziamento. È l’obiettivo che si pone la Dsr Bank, pensata per fornire risorse a basso costo agli Stati e per incentivare investimenti nel settore della difesa, come ci ha spiegato il suo fondatore, Rob Murray.

La Dsr Bank si propone come una soluzione per colmare il deficit di finanziamento della difesa. Qual è l’idea alla base della sua fondazione?

Il modello è quello delle banche multilaterali già esistenti, come la Banca Mondiale, e usare tutti i vantaggi di queste istituzioni concentrandoli sulla difesa, la sicurezza e la resilienza. Queste sono le parole-chiave, perché abbiamo bisogno di un’Europa sicura, difesa e resiliente.

Con che obiettivo?

Al momento stiamo assistendo alla rinegoziazione dei termini con cui è finita la Guerra fredda. In Europa, questo vuol dire che dobbiamo diventare capaci di dissuadere efficacemente la Russia. Per far ciò avremo bisogno di disporre di quantità significative di sistemi d’arma, equipaggiamenti e forze militari. Ciò comporterà anche nuovi modi di pensare alla guerra, comprendendo anche la sicurezza energetica, alimentare, e delle infrastrutture critiche. Per noi, difesa più sicurezza equivale a resilienza, ed è questo quello che stiamo cercando di ottenere.

Ci sono degli ostacoli per far questo?

L’Europa deve risolvere due problemi. Primo, dobbiamo armarci rapidamente e in modo adeguato a contenere la Russia. Ciò significa che dobbiamo introdurre al più presto nei nostri inventari nazionali nuovi sistemi d’arma, piattaforme ed equipaggiamenti. La seconda sfida è che in Europa, al momento, non abbiamo la capacità produttiva né i tempi per sostenere questa produzione. Mentre iniziamo a stanziare i soldi per risolvere questi problemi, provenienti dagli Stati, dalla Commissione Ue, domani dalla Dsr Bank, dobbiamo assicurarci di star potenziando la nostra capacità produttiva. Attraverso la Dsr Bank, quindi, puntiamo a risolvere tre problemi.

Quali?

Uno: capitali a basso costo per gli Stati nazionali con un rating AAA su scadenze molto lunghe. Questo è il primo obiettivo della Banca Drs. Due: anche se domani tutti i soldi del mondo arrivassero ai ministeri della Difesa, questi non sarebbero in grado di spenderli perché gli acquisti per la difesa sono notoriamente difficili. Quindi, cercheremo di inserire nei contratti di prestito dei patti e delle clausole di indipendenza per assicurarci che le nazioni che raggiungono i vari standard tecnici e di interoperabilità, cerchino di stimolare una nuova cultura del procurement. Terzo, e più importante, forniremo garanzie alle banche commerciali per inondare il settore, a partire dalla supply chain, di capitale circolante. Senza queste misure, tutto questo denaro non farà altro che creare inflazione. Lo abbiamo visto con il Covid: abbiamo investito molto denaro in un problema per il quale non avevamo la capacità produttiva, e questo ha causato inflazione. Per collocare questo dato nel contesto della difesa, acquistare un proiettile di artiglieria da 155 mm prima dell’invasione dell’Ucraina sarebbe costato circa duemila dollari. Oggi, un proiettile costa oltre 18mila dollari. E questo perché la domanda è salita alle stelle e la produzione non è sufficiente.

Come evitarlo?

Aiutando non solo a far arrivare il denaro alle nazioni a tassi molto bassi, ma anche aiutando le banche commerciali a concedere prestiti all’intera catena di approvvigionamento, in modo che tutte le aziende possano espandersi adeguatamente e gestire tutto il denaro in arrivo. Un classico approccio multilaterale non diverso da quelli della Banca europea per gli investimenti o dalla Banca mondiale.

Come funziona?

Si ha un bilancio. Un punto di partenza ragionevole sarebbe di circa cento miliardi di dollari. Circa il 20% di questo dovrebbe essere il cosiddetto capitale versato o sottoscritto. È la liquidità di cui la banca dispone. Questo 20% verrebbe distribuito tra le nazioni azioniste. E non dovrà essere considerato un costo. Molte persone pensano che si tratti di denaro del governo, che vada in un progetto, che sia un costo irrecuperabile e che non ci sia più. Non è così. Le nazioni diventano azioniste della banca. Hanno un capitale proprio nella banca, che viene messo al servizio di un effetto moltiplicatore in termini di quantità di prestiti. Quindi, con 20 miliardi di dollari distribuiti tra le nazioni azioniste, si ottiene un effetto leva da quattro a cinque volte superiore sui mercati privati.

Che cosa significa?

Che si può usare questa banca, progetto per progetto, per raccogliere investimenti privati, fornendo agli investitori e agli enti privati un’enorme fiducia in termini di domanda sulla destinazione del denaro. La Dsr Bank è complementare a ciò che le nazioni stanno facendo a livello nazionale. Non voglio dare la percezione che si tratti di una sorta di panacea o che sostituisca i budget per la difesa nazionali. È solo di un diverso accesso a nuovi strumenti finanziari. Vogliamo dare alle nazioni uno strumento in più che consentirebbe loro di effettuare spese di difesa anche significative.

Intendete mobilitare anche capitali privati?

Gli azionisti della banca saranno gli Stati nazionali, ma il capitale privato sarà importante. In questa fase non vedrei il capitale privato come azionista della banca, piuttosto un rapporto con le banche commerciali per lavorare sul processo di accesso al mercato obbligazionario e di emissione del debito. Lavorare con le banche commerciali sulle garanzie per aiutare a sottoscrivere la conformità e il rischio di credito permette alle banche commerciali di portare il denaro dove è necessario nel settore della difesa.

Immagina un ruolo potenziale per la Dsr Bank come consulente finanziario, in stile banca d’investimento, o per le operazioni di trasformazione e consolidamento del settore?

Quando le nazioni si rivolgeranno alla banca per prendere in prestito denaro per qualsiasi progetto, ci saranno project manager e personale nella banca per assicurarsi che quel denaro vada dove deve andare e non venga usato per altri scopi. Il rischio reale, con tutti i soldi che vengono impegnati in Europa, è che si comprino le cose sbagliate. Dobbiamo essere saggi e prudenti e assicurarci di acquistare le attrezzature necessarie per combattere la guerra di domani, non quella di ieri.

Il Parlamento europeo ha espresso un chiaro sostegno alla creazione di una banca della difesa. Tuttavia, storicamente, l’Europa è stata riluttante a investire massicciamente nel settore. Pensa che con la Dsr Bank assisteremo a un cambio di paradigma duraturo?

Siamo nel mezzo di un cambiamento di mentalità. L’Europa si assumerà una maggiore responsabilità per la propria difesa e sicurezza. Il che significa che le nostre istituzioni dovranno riallineare gli investimenti e adattarsi alla nuova realtà. Penso che gli Stati nazionali non saranno troppo propensi a esternalizzare alle istituzioni dell’Ue, e che si andrà verso un sostanziale equilibrio. Sicuramente ci sarà una riconfigurazione dell’architettura di difesa, sicurezza e resilienza in Europa, e una buona indicazione di come potrebbe essere questo futuro viene dal Libro Bianco della Difesa e dal sostegno che il Parlamento europeo ha dato alla Dsr Bank. Si sta costruendo molto velocemente questa nuova realtà, e una banca multinazionale focalizzata esclusivamente sulla difesa, la sicurezza e la resilienza deve farne parte.

Il settore della difesa è spesso penalizzato dai criteri ESG, che ne limitano l’accesso ai finanziamenti tradizionali. La Dsr Bank può essere un’alternativa strategica per superare questo ostacolo? Ritiene che sia necessario ripensare gli standard ESG per includere la sicurezza come valore fondamentale?

Alcune delle sfide che le banche commerciali devono affrontare nel concedere prestiti al settore della difesa e alla catena di approvvigionamento sono l’effetto dell’imposizione delle normative ESG e delle regole Know-your-costumer e antiriciclaggio. Tutti questi elementi si sono sommati e hanno reso elevato il rischio di compliance per le banche commerciali che concedono prestiti in questo settore. Quando penso all’ESG, faccio fatica a capire come si possa avere un approccio ambientale, sociale e di governance forte se non c’è una base di sicurezza sottostante. Non voglio dire che l’ESG non sia importante, ma senza una solida base di difesa e sicurezza è piuttosto irrilevante.

La Dsr Bank guarda soprattutto all’Europa, ma si rivolgerà anche alle nazioni alleate in altre regioni del mondo? Penso ad esempio all’Indo-Pacifico, dove la partnership con l’Europa è in crescita.

Abbiamo due grandi problemi da risolvere. Primo, mettere negli inventari degli Stati i sistemi d’arma. Secondo, costruire la capacità produttiva dell’Europa in modo che possa costruirli da sola in futuro. In questo momento, che ci piaccia o no, l’Europa semplicemente non ha la capacità produttiva per fabbricare tutto ciò di cui ha bisogno. Pertanto, qualsiasi banca di questo tipo deve avere un’ampia base di azionisti, che deve includere nazioni like-minded che al momento hanno queste capacità produttive. Se si vuole costruire una nave o comprare i proiettili d’artiglieria da 155, si va in Corea del Sud; per i veicoli terrestri si va in Australia. Il problema non è che non possiamo produrre in Europa, tutt’altro. Ma l’Europa, al momento, non è in grado di produrre rapidamente. Vogliamo creare una banca in grado di far arrivare il denaro alle nazioni in modo che possano acquistare rapidamente ciò di cui hanno bisogno. E questo significa acquistare dai Paesi europei, ma anche da quelli extraeuropei dove ci sono le giuste capacità. Allo stesso tempo, dobbiamo costruire la capacità produttiva dell’Europa in modo che possa essere autosufficiente. Dobbiamo fare entrambe le cose allo stesso tempo. Inoltre, la geografia conta. Noi pensiamo a Mosca nel contesto dell’Europa orientale, ma se si va all’altro capo della Russia, confina con il Giappone.

Quali sono i tempi per la piena operatività della Dsr Bank?

Il prossimo passo è ottenere l’accordo sulla Carta della Banca. Questo richiederà alcuni mesi di negoziati. Lo scenario ideale è che venga approvata in tempo per il vertice Nato di giugno. Una volta approvata, dovrà essere ratificata dal Parlamento, perché si tratta essenzialmente di un trattato internazionale, e questo richiederà altri mesi. Realisticamente, le operazioni non inizieranno prima del 2026. Sebbene possa sembrare che ci voglia del tempo per rendere il tutto operativo e funzionante, in realtà si tratta di una velocità fulminea rispetto al tempo necessario per creare queste istituzioni.

Quali saranno i primi progetti di finanziamento di questa nuova istituzione?

Per quanto riguarda i primi progetti, la decisione spetterà alle nazioni e ai processi interni della Banca. È importante notare che nel frattempo ci sono stati tutti questi grandi annunci sulla spesa per la difesa e sul finanziamento di nuovi strumenti. Tutto ciò è fantastico, ed è così che i governi e le istituzioni dovrebbero lavorare: rapidamente per riempire un vuoto. La gente è preoccupata per quello che potrebbe accadere, e se non abbiamo un’architettura di base, come la Dsr Bank, non risolveremo il problema. Non faremo altro che buttare soldi sul problema e ottenere solo cose più costose.

Fonte Formiche.net

17 Aprile 2025/da Redazione
https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-03-21-at-10.02.17-e1742551590894.jpeg 630 853 Redazione https://kelvin273.it/wp-content/uploads/2022/10/Kelvin273-LOGO-negativo-1.png Redazione2025-04-17 18:13:282025-03-29 18:35:55La DSR Bank: la prima banca multilaterale europea per la difesa
Rassegna Stampa

Lockheed Martin e il divario con l’industria della difesa europea

L’intera industria della Difesa europea fattura poco più di Lockheed Martin. L’allarme del Parlamento Ue

Il Centro studi del Parlamento europeo evidenzia come l’industria della Difesa europea fatturi complessivamente poco più della sola Lockheed Martin. Alla base di questa debolezza strutturale ci sono esitazioni su obiettivi e finanziamenti comuni che impediscono all’industria di impostare strategie di produzione di lungo termine e di ridurre la frammentazione. L’industria c’è, a mancare è la politica

Da sola, Lockheed Martin fattura poco meno dell’intera industria europea della Difesa. Questo è quanto emerge da un report realizzato dagli analisti del Parlamento europeo. Che l’Europa sia indietro per quanto riguarda la Difesa non è un mistero, tuttavia è il paragone con l’industria statunitense a dare la reale misura del divario tra le due sponde dell’Atlantico. A quasi tre anni dall’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea e i suoi membri sono ancora distanti da quella Zeitenwende annunciata da Olaf Scholz che, sebbene riferita alla sola Germania, ben rendeva l’idea che tutta l’Europa fosse chiamata ad un cambio di passo.

Il report del Parlamento europeo

Come si apprende dal documento realizzato per gli europarlamentari, l’intera industria della Difesa in Europa fattura complessivamente poco più della prima azienda della Difesa Usa (70 miliardi a fronte di 60). Ad aggravare ulteriormente il divario tra le aziende c’è poi il dato sulla provenienza dei (pochi) acquisti fatti dagli Stati europei. Infatti, tra giugno 2022 e febbraio 2023, il 78% delle acquisizioni europee nel campo della Difesa hanno riguardato equipaggiamenti prodotti da aziende extra-Ue, tra le quali la stessa Lockheed Martin. Sebbene il report attesti che nel 2024 la spesa complessiva degli Stati membri sia arrivata a 350 miliardi di euro (cifra che, se riferita all’Unione come attore unico e coeso, renderebbe l’Europa la seconda potenza militare mondiale per investimenti), la dispersività di questi investimenti e la mancanza di una chiara politica industriale hanno giocato un ruolo non indifferente nella crescita “timida” delle aziende continentali.

L’industria c’è, a mancare è una visione

Il confronto tra la prima azienda al mondo della Difesa e la somma delle industrie europee, se letto in modo così netto, rischia di risultare fin troppo inglorioso. Lockheed Martin (come tutte le altre aziende della Difesa Usa) deve i suoi numeri alla forte domanda interna delle Forze armate statunitensi e ai solidi investimenti pluridecennali da parte del governo federale, che le hanno permesso di creare economie di scala e di razionalizzare la produzione. Al contrario, in Europa, le industrie della Difesa non hanno potuto contare su simili assicurazioni e si sono anzi dovute “accontentare” di commesse modeste e soggette a improvvisi dietrofront in funzione delle oscillazioni delle opinioni pubbliche nazionali. Ne deriva che, senza commesse importanti o garanzie di rientro degli investimenti, le aziende europee si sono trovate nell’impossibilità di reggere il passo con le loro controparti a stelle e strisce. Dall’invasione dell’Ucraina la sensibilità europea sui temi della Difesa e della sicurezza è sicuramente cambiata, ma a questo cambiamento di pensiero non è ancora seguito un adeguamento sostanziale delle politiche militari e industriali. Infatti, davanti alla necessità di avviare processi di riarmo sostanziali, quasi tutti gli Stati dell’Ue hanno preferito (ragionevolmente) optare per prodotti extra-europei già pronti piuttosto che puntare tutto sul riavvio della produzione interna. Le due cose, gli acquisti esteri e la produzione interna, non vanno intese come mutuamente esclusive ma andrebbero lette come strategie complementari ai fini dell’obiettivo più grande di rendere l’Europa più sicura e in grado di condurre una propria politica estera. Se però gli ultimi anni hanno registrato un deciso incremento nell’acquisto di equipaggiamento dall’estero, sul fronte del potenziamento della produzione interna siamo ancora molto indietro. Le ragioni di questo ritardo sono le solite, rintracciabili nell’incapacità delle cancellerie europee di concordare su obiettivi comuni e metodi di finanziamento. A oggi manca una visione politica chiara sul futuro della Difesa europea, la quale, a colpi di rinvii e accordi non vincolanti, non sembra farsi più vicina. In tutto ciò, non aiutano gli egoismi nazionali che, tanto sul piano politico quanto su quello industriale, impediscono di dare vita a conglomerati industriali continentali e alimentano la macchina perversa della frammentazione di equipaggiamenti e sistemi.

Fonte Formiche.net

30 Gennaio 2025/da Redazione
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