Space economy italiana: competenze eccellenti, ma manca il salto al mercato
L’Italia possiede competenze tecnologiche di alto livello nella space economy, ma fatica ancora a compiere il salto decisivo verso il mercato. Questo paradosso emerge chiaramente dai dati dell’Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano, aggiornati a marzo 2026. Il mercato dell’osservazione della Terra ha raggiunto 340 milioni di euro nel 2025, crescendo del 17% rispetto all’anno precedente. Nonostante il primato tecnologico, tre criticità strutturali frenano ancora la crescita del settore.
I numeri della space economy italiana
Il settore spaziale italiano vale complessivamente circa 2,9-3 miliardi di euro, con 200 aziende attive di cui l’80% sono PMI. Oltre settemila addetti operano nella filiera, con una crescita del 15% negli ultimi cinque anni. Il primo rapporto ISTAT-ASI ha misurato 8 miliardi di produzione totale e 23.000 addetti al 2021, con la componente upstream che genera 4,1 miliardi. Le startup italiane di space economy hanno raccolto 170 milioni di euro nel 2024. Gli investimenti previsti fino al 2026 ammontano a 7,3 miliardi nei programmi spaziali nazionali e internazionali. Il 54% delle imprese ha già adottato l’intelligenza artificiale nei propri processi.
Per approfondire il ruolo strategico dei satelliti italiani, consulta il Piano Triennale ASI.
Kelvin273 ha già analizzato il tema nella sezione industria aerospaziale.
Le tre criticità che bloccano il salto
I dati del Politecnico di Milano identificano tre ostacoli principali alla crescita della space economy italiana. Il 53% delle imprese lamenta carenza di competenze interne per valutare le opportunità e tradurle in requisiti tecnici. Il 52% segnala mancanza di relazioni e reti con interlocutori e partner specializzati. Il 51% indica una conoscenza insufficiente del mercato, con gap informativi sull’ecosistema e sui modelli di offerta disponibili. Questo quadro è comune anche in altri settori tecnologici italiani, ma nello spazio il ritardo ha conseguenze strategiche rilevanti. Le imprese più piccole faticano ad allocare risorse verso mercati internazionali. Quelle più strutturate riescono ad aggregare competenze ma restano poche.
Per un confronto con le dinamiche internazionali, leggi l’articolo su Kelvin273 sull’Italia e Starlink. Approfondimenti su Osservatori Politecnico di Milano.
Il modello della servitizzazione
Una tendenza positiva emerge nella filiera italiana: la servitizzazione degli asset spaziali. Il 62% delle imprese ha adottato o sta valutando modelli “everything-as-a-service” per i propri asset spaziali, contro il 39% del 2024. I modelli più diffusi sono “fabbrica come servizio” (26%) e “software come servizio” (25%). Il 60% delle imprese della filiera integra già attività spaziali con comparti complementari come aviazione (26%), metalmeccanico (21%) e automotive (20%). Un’azienda italiana su due non del settore spazio considera la space economy un’area di interesse per diversificare il business. Questa apertura intersettoriale è uno dei punti di forza che potrebbe accelerare il salto al mercato.
Ulteriori analisi sono disponibili su Italia Economy.
Startup e capitali: gap ancora aperto
Le startup di space economy italiane mostrano un gap rispetto ai Paesi europei più avanzati, ma inferiore rispetto ad altri settori tecnologici. Nel 2024 il settore ha raccolto 170 milioni con forte concentrazione su pochi attori. A livello globale, le startup spaziali hanno raccolto 6,5 miliardi di dollari nel solo primo trimestre 2024. Le competenze più richieste sono programmazione, analisi dati, progettazione aeromeccanica e ingegneria dei sistemi. I microsatelliti e i lanciatori rappresentano i punti di forza competitivi dell’industria italiana. Il post-PNRR rappresenta la sfida chiave: mantenere gli investimenti e valorizzare i dati già raccolti.
Per dati di riferimento sugli investimenti privati consulta AIFI Space Economy.










